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Zio Marco, Attilio e Ivana

Zio Marco  

“Allora, quando possiamo venire?”
Diverse le telefonate di Attilio per programmare la data dell’arrivo della “squadra svizzera” di aiuto ai naufraghi di terra.
La data è fissata per il 7 giugno e non si sposta più. Sospeso ogni altro intervento, ora si può iniziare ad occuparsi dell’impianto idraulico. E qui entra in campo lo zio Marco, idraulico di lunga esperienza su terraferma.
Seriamente, una gran voglia di lavorare da parte di tutti.


Briefing al mattino davanti alla tazza di tè (naturalmente acquistato alla “Casa del Tè” di Mark, il simpatico canadese di Locarno) e guai ad alzarsi prima che la colazione di lavoro sia dichiarata conclusa dal Comandante.
Per chi non ha ancora avuto il piacere o supplizio, come dir si voglia, di fare colazione con il Comandante, si specifica che la tazza di tè di Giorgio è enorme e viene riempita almeno tre volte… praticamente non finisce mai!

Primo giorno

Zio Marco: “Valeria, non preoccuparti. Smonto tutto ma per mezzogiorno avrai acqua corrente e il lavandino che non si otturerà mai più!!! Mi som del meshtée, gha mèti mia tanto”.
Con accanto la borsa dei ferri del mestiere, portata da casa per scaramanzia con la quasi certezza che non sarebbe servita, Marco cerca di trovare una posizione per lavorare nello spazio tra il passaggio della cucina e il sottolavello di cm 80x80 h 70, praticamente un “niente”.

Attilio: “Giorgio, dammi la carta vetrata dell’80 che io voglio finire! Non voglio usare la levigatrice, vado a mano. Ma strémissi mia mi davanti al lavor, oli da gombet (olio di gomito)”.
Papalina rosa in testa e Attilio sparisce con i occhi brillanti armato di un bel rotolo di carta vetrata.
Sono i primi giorni di giugno; il sole è cocente e rende difficile ogni attività sotto il telone che copre la barca.
Siamo rimaste io e Ivana sedute al tavolo.

Ivana si guarda attorno; vorrebbe pulire, far brillare le pareti di mogano e teak, lucidare i vetri attempati in plexiglas e chissà quanti altri lavori vede con i suoi occhi da casalinga eccellente. Sarebbe bello, tanto impossibile quanto inutile.
Quando sono in corso lavori che trasformano in un cantiere anche gli angoli che si vorrebbero salvare, il pulito durerebbe mezz’oretta… forse!
Lasciamo stare, cara Ivana, lasciamo che gli uomini lavorino e godiamoci un momento di meritato relax.
Il mezzogiorno del primo giorno è arrivato, anche quello del secondo giorno… e lo zio Marco comincia a capire che una barca non è una casa, che c’è un sopra e un sotto la linea di galleggiamento, che lo spazio è poco, che i sifoni non ci stanno della lunghezza che ci vorrebbe e si chiede:
- “Dove lo monto questo pezzo? Giorgiooooo, posso forare questa parete di legno?”
- “E, non è mica una forma di Emmental la mia barca… puoi forare lì, ma non più su e poi ti serve la punta tazza perché dietro al legno c’è l’alluminio. …Pensavi fosse un lavoro da cinque minuti, eh!?

Zio Marco

Esigente, preciso, soleva ripetere che i tubi i “gha da na su come una sposa”

Marco vuole capire e Giorgio gli spiega tutto per filo e per segno. Silenzio per pochi minuti... e un’altra domanda. Confronti tecnici tra un idraulico professionista e un comandante che cerca di rendere l’idea di come si muove una barca, che ondeggiamenti può subire, in tutte le direzioni e delle sue esigenze, semplici e allo stesso tempo difficili da realizzare quando si interviene sull’esistente.

Se non bastano le parole si passa ai filmati di barche o navi nella tempesta.

Attilio, skipper formato alla prestigiosa scuola dei Glénant, gode e sente già il vento nelle vele.
Sotto le sue mani il legno teak ingrigito dagli anni ha ritrovato il suo colore caldo. Ha levigato a mano tutto il bottazzo, le cornici delle finestre, tutti gli altri pezzi in teak sulla tuga e le pareti interne del pozzetto.

Zio Marco  

Tutto il legno che doveva essere levigato ha sentito la delicatezza e la forza di Attilio che ha lavorato incessantemente senza curarsi del caldo opprimente. Neppure Ivana riusciva a fermarlo.

Giorni intensi, belli, di grande soddisfazione per il lavoro svolto, certo, ma anche per averlo fatto insieme, per aver approfondito e apprezzato la reciproca conoscenza.

La “squadra svizzera” ha dato il suo meglio ad Ocabianca per dieci giorni abbondanti e lo zio Marco si è concesso un solo bagno al mare, contagiato come tutti dalla sindrome del: “non siamo mica in vacanza, qui!”.

Grazie a tutti per l’inestimabile aiuto, per l’amicizia e la simpatia.

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