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Da Amburgo a Cartagena



Andrea ha trovato la sua barca, il Rum Hard, cercandola in Internet. Qualche email in tedesco (lingua ostica), telefonate in inglese non proprio London English, qualche salame e un bel pezzo di parmigiano, uniti alla somma pattuita dopo una trattativa degna di un mercato arabo, hanno aiutato a concludere l'acquisto.

Era novembre, pensare di avviarsi verso il Mare del Nord era un pensiero folle, ma Andrea ne parlava sempre e iniziava ad ipotizzare..... "asciugava" tutti quanti!

Avere una barca ad Amburgo ha lati molto positivi e altri un po' meno, ma lì si trovava, quindi tanto valeva godersi la situazione e prendere dimestichezza navigando nei canali tra una chiusa e l'altra in Germania, Belgio e Olanda.
Capodanno sul Rum Hard ad Amsterdam con gli amici, "parcheggiati" in centro davanti ai pub... Un altro mondo. Pagata una tassa modesta si naviga e ci si parcheggia in città come se fosse un'auto.

Il tempo passa e, all'arrivo della primavera, la voglia di mare e di vento portano il Rum Hard fino a Zeebruge in attesa di migrare verso sud.

Questo è il racconto di un tratto di quella rotta, forse il più impegnativo e, proprio per questo, molto vivo nel ricordo.

Da Lorient a La Coruna: il golfo di Biscaglia.

In questa avventura che sto per raccontare, piccola finestra di un lungo viaggio, i protagonisti saranno tre: io, che ho avuto la bizzarra idea di portare la barca via mare da Amburgo al Mediterraneo, Tommi, giocatore incallito e unico pazzo che ha deciso a scatola chiusa di seguirmi in questo tratto di mare, e Antonio, già conoscitore della barca ed esperto in navigazioni difficili, nonchè buon conoscitore delle acque bretoni. Iniziamo quindi.

Verso il mare Verso il mare Verso il mare Verso il mare

Era da due giorni che ci trovavamo a Lorient, in Bretagna, e dopo aver effettuato con cura tutti i preparativi e controllato scrupolosamente le previsioni meteo, aspettavamo ormai con impazienza l'arrivo del terzo membro dell'equipaggio, essendo partiti in due, col quale da lì a breve avremmo affrontato la rotta Lorient-La Coruna. Finalmente intorno alle 18 tornando alla barca con le ultime spese per la cambusa troviamo Antonio già sul ponte ad attenderci appena arrivato direttamente da Parma. Immediatamente iniziamo a fare gli ultimi controlli e preparativi e da lì a un paio d'ore, tra i saluti quasi inaspettati di tutte le barche presenti sul pontile, che ormai ci conoscevano come "les italiens", saremmo partiti. Erano molte le informazioni che eravamo riusciti ad avere riguardo a quella traversata,e oltre ovviamente i numerosi inviti alla prudenza, più di una persona ci aveva consigliato di non esitare a tornare indietro qualora al limite della piattaforma continentale avessimo trovato un peggioramento del meteo.  Durante il tragitto precedente, da Cherburg a Lorient, più di una volta avevo notato quale differenza ci fosse nei giudizi riguardo al "facile" tra i miei parametri e quelli dei marinai bretoni che, dopo aver navigato nelle loro acque, stimavo sempre di più. Il fatto che in questo caso mi mettessero tutti in guardia mi dava motivo di pensare che, come del resto è risaputo, il salto che stavamo per affrontare a bordo del RUM HARD, non era da prendere sotto gamba. Fortunatamente la presenza nella zona di due alte pressioni, una situata sull'Irlanda e una in arrivo dalle Azzorre, ci facevano ben sperare per la tenuta del meteo.

Partiti circa alle dieci della sera, in una quasi totale assenza di vento, scapoliamo l' Ile de Groix, prospiciente il porto di Lorient, lasciandola a sud est e prendiamo rotta verso La Coruna.
E' per tutti una grande incognita quello che ci aspetta, ma la comparsa poco fuori dal porto di un branco di delfini in visita notturna, dei quali percepiamo la presenza più che altro tramite l'udito, dagli sbuffi accanto alla barca, viene da noi interpretata come un buon auspicio. In particolare la cosa che più ci colpisce è una meravigliosa scia iridescente che ci regala l'ultimo delfino che si allontana dalla barca passandole sotto dopo un veloce respiro.
Finalmente dopo qualche ora di navigazione, entrati a regime i turni, inizia a spirare un pò di vento, ovviamente da SSW, costringendoci subito ad allargare un pò la rotta. Del resto me lo aspettavo dalle previsioni, ed era in programma di prendere una rotta che ci avrebbe leggermente allontanato dalla direttrice verso la meta per poi consentirci verso la fine di cambiare bordo e arrivare così a La Coruna nonostante l'aumentare fino a circa una ventina di nodi abbondanti del vento, sempre ovviamente da S. In ogni caso tutto sta filando per il verso giusto e il passare delle ore è per noi scandito dall'alternarsi ai vari compiti di bordo, e col passare del tempo anche dal sorgere e tramontare del sole. Può non sembrare, ma quattro giorni di mare senza vedere terra e sapendo di esserne molto distanti fanno un effetto particolare nel nostro piccolo. Fortunatamente le condizioni del tempo rimangono sempre accettabili e a parte qualche lieve rinforzo, che accogliamo con entusiasmo, tutto procede regolarmente.

Da Zeebruges a Dover Da Zeebruges a Dover Da Zeebruges a Dover Da Zeebruges a Dover Da Zeebruges a Dover

È incredibile la sensazione che provo, e credo provino anche gli altri, rendendomi conto che siamo realmente lontani da tutto. Per circa tre giorni consecutivi il VHF rimane muto, e all'orizzonte non si scorge neanche un naviglio. Niente. Incredibile, pensavo fosse più trafficato quel tratto di mare. O forse per la vastità di quel golfo non è così facile incontrare qualcuno. In fondo siamo nell'oceano.
Di tanto in tanto proviamo con la radio a contattare il Cibelle, un bel tredici metri che doveva partire circa dodici ore dopo di noi e seguire la stessa rotta, ma per tutto il viaggio non riusciamo a metterci in contatto. Lo ritroveremo qualche giorno più tardi nel nostro stesso marina.
L'unica presenza quasi costante in questo viaggio in alto mare sono i delfini, ne vediamo a centinaia e per lunghi tratti ci scortano tutto intorno, per poi allontanarsi e ricomparire qualche ora più tardi.
Dopo circa tre giorni passati in discrete condizioni, sul fare della sera del terzo, il vento inizia ad aumentare e vediamo che l'onda da S inizia ad avere un aspetto più determinato. Col calare della notte la situazione si evolve in quella direzione e dopo aver cercato per un pò di mantenere la rotta ottimale per raggiungere la nostra destinazione, ci rendiamo conto che non ha senso ostinarci in quel modo per non riuscire praticamente ad avanzare a causa dell'onda e delle raffiche (siamo su un nove metri). Tolta tutta la randa e lasciato solo un pezzettino di genoa aperto, adeguiamo la rotta alle condizioni del mare e cerchiamo di puntare un'altra destinazione più ridossata a quel mare di SW. Col passare delle ore la stanchezza accumulata nei giorni precedenti, e quella dovuta alle ultime ore di navigazione, nel cuore della notte, ci spingono a renderci conto che è inutile stare fuori a turno così esposti, e bloccata la barra ci rifugiamo sotto coperta per cercare di scaldarci un pò e recuperare energie. Ovviamente dormire in quelle condizioni risultava difficile, almeno per me, se non altro per la tensione che inevitabilmente si avverte. Magari gente come Giovanni Soldini in quelle condizioni riesce tranquillamente a riposare, ma per quanto mi riguarda, trovandomi in un tratto di mare noto per la sua imprevedibilità e pericolosità, l'idea che la situazione possa peggiorare ad un certo punto, entro certi limiti, ha iniziato a preoccuparmi un po'. Niente di eccezionale, perchè ho sempre avuto gran fiducia nelle doti di robustezza del Rum Hard, ma quel tanto che basta per rimanere sempre molto vigile. L'unica cosa che mi limito a fare è controllare ogni circa 20 minuti se non ci sia qualche nave intorno che rischi di investirci; ma in verità con la poca visibilità che c'era, la notte, le onde e tutto quanto non è che si riuscisse a vedere realmente un gran che. Per non parlare del fatto che aprire il tambuccio in qualsiasi momento significa una bella secchiata d'acqua gelata in faccia!
...Poco male, l'importante è che la barca tenga bene, e infatti, a parte qualche rollata veramente forte quando un frangente ci colpisce male (dall'interno, tra buio, rumore delle onde, e sballottamenti vari c'era da ridere) si è comportata veramente bene. Alla faccia di chi diceva che così stretta non teneva il mare! Si è comportata benissimo, e in mattinata, calato leggermente il vento e attenuatesi le onde, ci siamo rimessi tranquillamente alla barra, avendo però giocoforza cambiato la nostra destinazione. Gijòn, stiamo arrivando!
Si ci costerà qualche giorno di bolina recuperare le miglia perdute, ma queste sono le regole del gioco mi sembra di aver capito, si va dove si vuole, a patto che il mare sia d'accordo. E nel nostro caso è stato più che clemente visto la zona. E poi avremo la possibilità di scoprire un altro meraviglioso tratto di costa spagnola penso (non sapevo ancora fosse nominata la costa della muerte!).

Brest Brest Brest Brest Brest Brest

In ogni caso passata l'intera giornata a veleggiare, verso sera iniziamo ad avvicinarci al faro di cabo Penas e ci accingiamo in nottata a entrare nel porto di Gijòn, avvolto dalla bruma come la zona circostante. Dopo l'ultima ora e mezza passata nelle acque antistanti la nostra meta letteralmente infestata di navigli che compiono continuamente strane manovre in tutte le direzioni intorno a noi, ormeggiati finalmente al sicuro e stanchissimi, ci rendiamo conto di aver compiuto il nostro "salto" più pericoloso. La Bretagna è  un bel pò di miglia a nord, e da adesso a Gibilterra ci aspetta una lunga navigazione costiera. Non che forse sia meno pericolosa visto il nome che si ritrova la zona dove ci troviamo, ma questo è un altro paio di maniche, un gradino l'abbiamo superato intanto, e possiamo dopo la foto di rito andare a dormire, sapendo che questa volta il sonno potrà durare più di due ore.

Grazie Rum Hard!

Andrea

 

Antonio è partito da Parma, ha dormito a Milano dove ha inizio il suo viaggio verso la Manica con poche indicazioni su dove trovare, a Bruxelles, l’auto di Andrea e con la stessa raggiungere Calais dove avrebbe incontrato Roberto B. sulla via del rientro a casa dopo aver accompagnato Andrea in navigazione dal Belgio a Dover (GB).
In “personaggi ed interpreti” trovate la presentazione di Antonio e Roberto B.

La prima tappa di Antonio

Da Dover a Brest

Ore 6.15. È ora di alzarsi. Per questioni logistiche dormo a casa dell’amico armatore, l’Andrea. Lui non c’è, è da qualche parte nella Manica insieme a Roberto, non so bene dove. Io dovrò raggiungerlo.
Oggi sarà una giornata lunga e faticosa. Mi alzo e ho come l’impressione di non aver chiuso occhio. Cavolo, sono già in ritardo, corro alla stazione e salgo sul bus per Bergamo, aeroporto, decollo e via.
Dopo circa un’ora siamo vicini a Bruxelles, navetta, altri 40 minuti circa e siamo in pieno centro. Non voglio perdere tempo, cerco un taxi ma ora non ce ne sono. Sono troppo adrenalinico e m’incammino pensando tra me e me. Ho il nome del quartiere: St. Gilles. La via non la so...!?!

Cavolo, ho girato mezzo mondo vuoi che non trovi questo posto?
Detto fatto, come nei migliori film comici, inizio a girare come una trottola a destra e a sinistra; chiedi di qua, chiedi di là e alla fine trovo una persona che probabilmente ha il tempo di riflettere e mi dice che il nome della via è sbagliato (!!!) ma c’è una via più o meno simile dietro l’angolo... non poteva essere diversamente. Giro l’angolo, cazzo!!! Vedo la Punto Bianca (scusate l’espressione ma dopo tanto sbattimento...). Monto in macchina, parto a razzo, giro di qua e giro di là e, per un giusto equilibrio tra sfiga e fortuna, imbocco la via giusta, esco da Bruxelles e prendo per Calais.
Metto la freccia e “svernicio” tutti quanti. Non mollo la corsia di sorpasso, devo recuperare sulla tabella di marcia!

Di tanto in tanto mi assale il dubbio di essere nella direzione giusta ma forte del “go strait on” dettomi dal benzinaio belga continuo e in poco più di un’ora sono davanti alla stazione marittima di Calais. Parcheggio e vado alla biglietteria... mentre io entro Roberto esce. Un po’ sbalorditi dall’incredibile coincidenza ci abbracciamo e saliamo al bar; mentre mangiamo un panino, Roberto mi racconta il loro viaggio e dà la sua impressione sul Rum Hard, ma c’è poco tempo, è arrivata l’ora di partire.

Prendo il traghetto e in un paio di ore sono a Dover. Scendo, passo una specie di dogana, esco, giro l’angolo e vedo Andrea. Non ci posso credere, gira tutto troppo bene! Mentre andiamo alla darsena fiumi di parole e non solo, anche di ottima birra belga meglio di quella inglese.

Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest

Arriviamo per scendere al porto. C’è bassa (5 m). La scala per scendere è così inclinata che mi sembra l’Ornella, la Nera di Arabba (famosa pista da sci nera in Trentino, località Arabba).
Arriviamo e il Rum Hard è lì... un gran bel pezzo di alluminio. D’altronde è come la mia o quella di Giorgio e Vale e qualche altro amico.
“Nous sommes Les Aluministes” (definizione coniata un po’ di anni fa).
Nemmeno il tempo di guardare l’attrezzatura ed è buio.
Decidiamo di sfilare una celebre frase di un ammiraglio inglese: “un buon marinaio non si lava mai” e andiamo a fare la doccia. Entriamo. Cavolo! Tutto luccica, profumo di lavanda, musica di sottofondo, phon, e se ci mettiamo anche lavanderia a gettoni e Wi-Fi in tutto il porto per soli 18 Euro al giorno ci sembra un altro mondo!!! (scusate ma io vengo dal Magra che se ti siedi sul WC rischi di essere morso da una pantegana...).

Svuotati 4000 litri di acqua calda siamo stanchi, andiamo a dormire.
Sveglia alle ore 04.00 local time. Non si sa se sia suonata o no fatto sta che ci siamo svegliati alle 06.00. Colazione veloce, sleghiamo l’asino (vocabolario interno) e si parte. Usciamo, alziamo randa e fiocco..... e adesso dove andiamo?
Alla faccia della pianificazione. Rapida consultazione e decisione per una tappa conoscitiva di Rum Hard di 60 miglia, East Bourne fa al caso nostro. Rum scivola bene sull’acqua al lasco con 15 nodi nord est, il GPS segna 9 nodi; nel frattempo è cambiata la direzione di marea. Rum Hard si comporta bene. Grande stabilità di rotta, il vento è costante per direzione e intensità.

Nonostante il sole splendente (raro in questa stagione) fa un freddo becco ma siamo felicissimi; due chiacchiere, una tazza del prezioso tè dell’Andrea, un paio di strambate e siamo a East Bourne. L’atterraggio non sembra particolarmente difficoltoso, ma ben presto alziamo il livello di guardia. Guardando bene la cartina ci siamo accorti che il fondo sembra essere un cimitero di barche, c’è la bassa e bisogna seguire attentamente gli allineamenti perché tutto intorno è disseminato di secche e come se non bastasse il porto ha la chiusa. Tutto sommato ci comportiamo bene, siamo di fronte ad un’enorme chiusa ma non siamo i soli. Sulla dritta ci sono due navi della marina militare inglese. Ad un certo punto si spalancano due porte, saranno del paradiso o dell’inferno a seconda di come ci comporteremo una volta dentro la chiusa.

Per prima entra la nave militare mentre un ufficiale dal ponte ci indica un posto dove, in teoria, dovremmo stare durante le operazioni. Non so perché, ma quella ventina di ufficiali che guardano verso di noi e che probabilmente hanno già capito che siamo italiani mi fanno sentire sotto esame. Con l’Andrea poche parole; sappiamo entrambi cosa fare e se cicchiamo... si sa come va, verrai ricordato sempre per le cazzate che fai.
Bando alle pippe mentali. Entriamo ed usciamo incredibilmente alla grande. Azzecchiamo pure il posto assegnatoci al primo colpo.

Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest

Il marina all’interno è stupendo e non è l’unico; ci sono altre darsene raggiungibili con canali tra chiuse e ponti mobili. Il tutto crea un’atmosfera fantastica. Non vi voglio annoiare con la solita efficienza inglese, però... bagni puliti quattro volte al giorno, internet free, WiFi in tutto il porto, luce, acqua, lavanderia ecc. ecc. Chiaramente il tutto per 2 cents. Giro al supermercato per la cambusa che stranamente è a 100 m da lì (di solito fai km a piedi) e ritorniamo sulla barca. Finiamo di sistemare il tutto. Andrea prepara un’ottima cena con basmati e verdure.
E’ ormai tardi ma dobbiamo prendere una decisione importante: continuare a costeggiare l’Inghilterra o tagliare? Consultiamo il meteo; il vento è nettamente in calo, sostanzialmente c’è una vasta aerea di depressione che staziona per qualche giorno, ma non ci fidiamo troppo e decidiamo di tagliare anche perché da lì la distanza è accettabile: circa 90 miglia, ma il vero problema non è la distanza, ma che in quel canale passa il 50 % del traffico naviglio internazionale. Per dare una similitudine terraiola è come attraversare la A1 nel periodo invernale con altissime probabilità di nebbia; fate un po’ voi!

In ogni caso la decisione è presa e uno dei porti già appetibili è Cherburg più un paio di alternative da valutare però attentamente perché sono porti che noi chiamiamo “senza acqua”. Ok, pianificato il tutto andiamo a dormire.
Ore 04.00 stavolta siamo puntuali e velocissimi, nemmeno il tempo di addugliare le cime di ormeggio e siamo davanti alla diga. Approfittiamo dell’efficienza del marina e facciamo gasolio alle 4 del mattino. E’ l’Andrea che pensa a tutte le spese. Guarda la quantità di gasolio e il costo al litro. Va sulla torretta a pagare, entra, dà i soldi in contanti, il ragazzo li prende, conta e dice che il prezzo, nel frattempo, è sceso e gli dà il resto insieme alla fattura (quanta onestà). Andrea, come chiunque altro, gli risponde che non la vuole... e il ragazzo si offende! Scende e mi racconta il tutto: sono senza parole (ma i paragoni si sprecano). Non c’è più tempo, sciogliamo le briglie passiamo la chiusa e subito un bell’allineamento notturno, tanto per ricordarci che qui non si scherza. Finalmente siamo liberi, non c’è molto vento, alziamo randa e fiocco. Impostiamo la rotta e nel frattempo albeggia. Le premesse sembrano buone, infatti il sole splende, ma ugualmente fa un freddo boia. Siamo vestiti bene e a strati, talmente a strati che sembriamo omini della Michelin.

Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest Da Dover a Brest

Man mano perdiamo di vista la costa anche perché nonostante il sole c’è una leggera foschia, chiamiamola così, comunque continuiamo a macinare miglia. Il tempo trascorre piacevolmente anche perché il Rum Hard diventa una sorta di piazzola di sosta per i vari volatili più o meno stremati della zona e noi ci prodighiamo nel rifocillarli. Proviamo col pane ma fanno spallucce, allora proviamo con il salame e qualcuno ci dà ma non tutti, diamo qualche “microgrammo” di grana e lo apprezzano ma, ad un certo punto, stanco di tutto questo svolazzamento, gli dico: - beh, figli miei, ognuno per sé ed un Dio per tutti - e chiudiamo la cambusa. Loro capiscono, approfittano ancora un po’ dell’ospitalità e poi prendono il volo... tutti in direzioni diverse mah !?
Nel frattempo quella foschia é diventata sempre più consistente ma così consistente che quasi quasi la vorremmo chiamare.... col suo vero nome ma non osiamo pronunciarlo. Non sono superstizioso ma a volte ci credo. Il sole man mano scompare coperto da questa fitta foschia, c’è luce fortunatamente ma non per molto. Qua e là sbucano dalla nebbia.... eccola là!!! Non so chi per primo l’abbia pronunciata, di fatto l’abbiamo evocata e le navi che vediamo comparire improvvisamente da tutte le direzioni ci rendono molto nervosi, è una nebbia strana quella della Manica, quasi lisergica. Vediamo quello che non c’è e quello che c’è non lo vediamo. Sentiamo dei rumori che in realtà non ci sono, ma sentiamo bene lo strombazzamento di una Supertank che a poche decine di metri sulla nostra poppa sbuca all’improvviso.
Questo non fa altro che aumentare le nostre preoccupazioni. Se da un lato sentiamo i segnali da nebbia e sappiamo che c’è una barca, dall’altro non sappiamo con precisione da dove sbucherà. Comunque non ne facciamo una tragedia. Serriamo i ranghi, una toccatina qua, una toccatina là e con il talismano peruviano speriamo di passare la nottata.

Non vi starò a raccontare come è passata la nottata, no, non vi racconterò dei numerosi pam-pam-pam e dei securité a profusione. Chiamate radio sul 16 dando coordinate che sembravano le nostre come a voler dire che cavolo ci fate lì in mezzo. No, non ve lo racconterò degli occhi strabuzzanti cercando di vedere qualcosa, ma vi racconterò quando verso le 4 del mattino avvistiamo il faro del porto di Cheerbourg.

La nebbia si era un po’ diradata e la gioia fu tanta, composta, ma tanta: ce l’avevamo fatta!
Tutti i manuali di vela consigliano che, in un porto sconosciuto, è raccomandabile entrare con la luce, noi facciamo l’esatto contrario tanto, ormai, chi ci ammazza. Entriamo, facciamo un po’ di fatica anche lì. Ci sono allineamenti, segnali cardinali, pericolo isolato, speciali, li vediamo tutti tranne quello che ci piace di più quello di ACQUE SICURE. Ma ormai ci siamo autograduati con una stelletta e non sbagliamo.
Trovato il marina ci ormeggiamo in un batter d’occhio. E’ ancora buio e siamo stremati, ma non tanto da non renderci conto che siamo finiti nel paradiso dell’alluminio, tutto intorno barche di tutti i tipi e forme, in alluminio chiaramente. Forse la nebbia lisergica non aveva esaurito del tutto i suoi effetti e così per smaltirla crolliamo in cuccetta.

È mattina inoltrata, c’è una luce fantastica che solo la costa normanna può regalare, cambiamo posto e ci buttiamo dentro all’interno del marina: ogni barca ha il suo fingher (io lo chiamo così) e ormai siamo diventati anche critici. Per 18 Euro vogliamo il meglio, tutto compreso.

Antonio

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